Giovedì, 12 Ottobre 2017 15:19

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PRODUZIONE GERMANIA
REGIA DENISE GANSEL
GENERE DRAMMATICO
ANNO 2008

Un insegnante, epigono dei movimenti giovanili della seconda metà del XX secolo (tutto ‘autentico’ nel culto della musica rock, del vestire casual, dei tatuaggi  e della mitologia antagonista) si trova costretto a improvvisare un corso sull’autocrazia, dopo aver dato per scontato che gliene sarebbe toccato uno sull’anarchia. Fiducioso della sua pratica dello spontaneismo, per risolvere il problema si affida all’immaginazione: la situazione particolare del momento (un insieme raccogliticcio di ragazzi poco motivati) gli suggerisce di ‘animarli’, di interessarli mettendo su una performance, lontano da libri e teorie. Rifiutando però di ricorrere alle procedure d’analisi proprie degli insegnanti tradizionali (procedure che richiederebbero la lentezza della preparazione, della ricerca e della razionalizzazione dei tempi, degli spazi e delle azioni, ma consentirebbero di disporre un modello teorico con cui prevedere in qualche modo anche gli effetti delle scelte) mette in moto una macchina che naturalmente procede secondo la logica dell’”emergenza”. Ognuno dei ragazzi, infatti reagisce a modo suo – anarchicamente appunto - al role playing messo in atto (la simulazione di una comunità autocratica da sviluppare per l’intera settimana del corso) in dipendenza della specifica cornice familiare e culturale d’origine: c’è chi se ne tira fuori, chi si oppone, chi lo usa per sentirsi integrato, chi per risolvere i propri problemi psicologici. Col risultato finale di una catastrofe annunciata: il gioco viene preso troppo sul serio da quasi tutti, visto che la crescita della solidarietà interna – risultato in sé certamente positivo – fa avvertire la possibilità di farsi forti sugli altri, su quelli che non fanno parte della comunità. E in particolare il ragazzo che maggiormente avvertiva l’assenza della Legge del Padre, che maggiormente faticava a capire quale era la sua funzione nelle relazioni con gli altri (cercando continuamente di ottenere il riconoscimento dei compagni di classe con doni eccessivi), quando vede esaurirsi la possibilità di godere finalmente di una struttura sociale  in cui c’è chiarezza di gerarchie e ognuno sa quale è il posto che gli compete, ricorre alla violenza distruttiva: ferisce un compagno e si suicida. 

In conclusione la storia raccontata dal film sembra particolarmente adatta a far riflettere sulla questione dell’etica: non basta l’etica delle intenzioni di cristiana / kantiana memoria ad assolverci dalle conseguenze impreviste delle nostre azioni, ma occorre passare a quella della responsabilità: gli occhi sbarrati dell’insegnante nella scena finale alludono probabilmente proprio all’improvvisa consapevolezza dell’orrore provocato dal suo agire.

La prima parte del film è una sorta di compendio di scuola della comunicazione (come costruire oggi un Pensiero Unico attraverso tecniche specialistiche che modificano le menti). C’è un progetto di animazione che nasce, in modo ‘situazionistico’, da un imprevisto, come è tipico della visione complessa della realtà: la gestione della situazione avviene secondo le tecniche del team management: una volta deciso il role playing (creiamo una comunità), si procede proprio come in una buona agenzia di advertising contemporaneo, con una serie di scelte (ll cosa, il come, il nome, il logo, le forme di comunicazione ecc.). e il risultato è davvero una risposta entusiastica di ragazzi chiamati ad ‘agire’ più che a ‘pensare’ (cioè studiare).

La seconda parte è sugli effetti: se davvero in alcuni ragazzi sorge una ‘coscienza’, in altri si conferma l’opportunismo, in altri ancora si rafforza lo spirito dell’antagonismo, ed in generale il trionfo del conformismo. L’uomo è un animale che vuole soprattutto sopravvivere e per farlo cerca soprattutto soluzioni economiche, che semplifichino i problemi: e se stare con gli altri, convivere con l’Altro, è il massimo dei problemi, la sua soluzione - per l’organismo animale che noi siamo all’origine - consiste appunto nel ridurre i problemi, nell’ evitare dubbi, insomma nella banalizzazione del reale. E questa riduzione la si cerca e ottiene non solo con le ideologia ( più o meno totalitaristiche della Modernità ), ma anche con le pratiche estetiche della post-modernità.

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