Mercoledì, 08 Novembre 2017 12:51

Synechdoche New York

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PRODUZIONE : Stati Uniti 
REGIA    : Charlie Kaufman
GENERE :
 Drammatico - Commedia
ANNO     : 
2008

La trama

È la storia di un uomo che all’inizio del racconto, pur dotato di una salda condizione sociale, vive una esistenza fatta di ansie e fobie (timore di malattie, preoccupazioni dai media): insomma si muove secondo le forme della società (ha una famiglia, fa il regista teatrale), ma ne avverte in qualche modo l’inconsistenza (la disattenzione della moglie in particolare). Ha una precisa ‘identità’, ma sente che questa identità non è davvero piena.
Presto ai timori seguono i fatti: viene abbandonato dalla moglie (pittrice di miniature alla Bacon, cerca situazioni più eccitanti della provincia americana), così come dalla piccola figlia (presto usata come modella per la body art).

Quando cerca di darsi autonomamente una  nuova forma (una nuova identità), sperimenta una serie di strade laterali, per così dire,  trovandole spesso senza via d’uscita: così da un lato intraprende una nuova maniera di fare teatro (inventare uno spettacolo che riproduca una giornata della sua vita fin nei minimi particolari, con tanto di attori che interpretano la sua vita), dall’altro cerca e consuma – in modo diseguale e caotico – amori vari  tra le figure che partecipano alla sua nuova impresa teatrale (la bigliettaia, la prima attrice, l’attrice che interpreta la bigliettaia..). Molti sono i traumi anche in questa sperimentazione, che rinforzano sia il senso di disincanto e fine (varie morti, alcuni suicidi..) , sia il bisogno di recuperare un passato in realtà mai felice (un viaggio a Berlino dove conosce solo la distanza tra il ricordo e il presente).

 Il superamento di questa empasse si ha quando egli accetta di assumere ‘copioni’ nuovi, lontani dalla conformità sociale: dapprima si fa ‘donna’ delle pulizie dell’appartamento della moglie tornata a New York (cioè assume consapevolmente questo ruolo come un ‘copione’ teatrale, solo che si tratta della vita ‘reale’)e, infine, accetta che il suo ruolo nell’impresa teatrale sia sostenuto non più da un maschio che gli somigli e che ripeta le sue parole e i suoi gesti, ma da una donna che immette nell’azione teatrale quel che lei sente e vuole.

Questo doppio cambio di ruolo (nel reale e nel teatro) consente finalmente a Cotard (questo il nome del protagonista) di scoprire la dannosa inutilità dell’identità, della ricerca della differenza. “ognuno è come noi, noi siamo come ognuno”

 
Analisi

 a.

Probabilmente la parola chiave che ci può aiutare a dare un senso alla complessa trama è “riduzionismo”.
Propriamente deriva dalle riflessioni epistemologiche sulla scienza contemporanea, che si dà appunto il compito di ridurre la complessità del molteplice con cui si ha a che fare quotidianamente alla semplicità di leggi e regole. Ebbene l’arte modernistica e contemporanea di ricerca tenta di fare la stessa operazione: sostituire le figure con linee e colori, sostituire la molteplice massa di varianti dei dati sensoriali che ci offre la vita materiale,  con modelli e  schemi astratti per così dire.

Ebbene se un quadro – che agisce sulla percezione spaziale - può operare questo con una tela, un racconto – che agisce sulla percezione del tempo - non può farlo che proponendo una successione temporale di un prima e di un dopo : di un prima in cui ci si lascia trascinare dalla molteplicità delle forme elaborate dai codici simbolici della società antro cui viviamo, di un dopo in cui si scopre che quella molteplicità è fasulla, che le differenze che presumiamo di essere e di avere, le identità che ci spingono a cercare di stare dentro ruoli e destini, i discorsi che ci impongono di essere ‘autentici’ (cioè diversi) sono una ‘gabbia’ (più o meno dorata9 che vale come una fabbrica di traumi e sofferenze.
Insomma il vivere male dipende proprio dall’enfasi sulla molteplicità, sulla molteplicità, a danno della invarianza che è sottesa a tutte le varianti storiche con cui abbiamo a che fare.

La vita è sempre la stessa, fatta di attese e delusioni, di ricerca e di distanze, di Vuoto che non si può riempire.

b.

A questo punto forse è facile intendere il senso del titolo: non la metafora ma la sineddoche consente di guardare con sincera onestà la sostanza di cui siamo fatti. La parte per il tutto: e se è vero che la parte in sé contiene il tutto, allora ogni singola storia umana non è uguale a quella degli altri (non è mai uguale a quella degli altri)ma contiene sempre una parte di quella degli altri, quella parte nascosta, quello schema di entropia e di omeostasi che sorregge ogni specifica azione e gesto e passione e differenza.

E questa profondità è riconoscibile appunto volando basso: si tratta di abbandonare il sublime analogico della lirica (spesso ancora oggi tentata da presunte ‘epifanie’ e da incommensurabili viaggi verso il non finito) e adottare la umiltà del disastro per scoprire il fondamento eccentrico e falsificatore della natura umana. Non il vero ma il falso è umano davvero: il copione e non l’autentico costruisce la nostra ‘persona’. E l’arte – a partire da quella teatrale – deve darsi il compito di de-costruire le forme dell’inganno che ci tormentano e di insegnarci il modo (i modi) con cui scegliere le parti che vogliamo sostenere nelle nostre vite.

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