Giovedì, 10 Maggio 2018 14:50

Loro

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PRODUZIONE ITALIA
REGIA PAOLO SORRENTINO
ATTORI 
TONI SERVILLO, ELENA SOFIA RICCI, RICCARDO SCAMARCIO, KASIA SMUNTNIAK, EURIDICE AXEN
GENERE BIOGRAFICO
ANNO 2018

La trama ricalca in modo preoccupante quelle tipiche dei film anni ‘90 dei fratelli Vanzina: dapprima le smanie di un gruppo rampante di persone decise a tutto per ottenere quello che vogliono e poi la quiete kitsch di chi ha ottenuto quello che vuole.
La grande differenza tra il film di Sorrentino e quelli dei Vanzina è nella forma: il luccicore superficiale degli ambienti vanziniani ( che fa rilevare il farsesco cinismo cui è giunta l’ambizione moderna di fare la storia)viene sostituito da espressionistici toni cupi da studios hollywoodiani che vogliono far passare per tragedia quella che oggi, nella nostra ipermodernità globale, è davvero una farsa.
Insomma – paradossalmente – l’onestà intellettuale dei Vanzina (che si limitano a lavorare per il mercato e a fare opere che all’interno della giocosità postmodernistica, dicono attraverso la forma – cioè la leggerezza del cosiddetto B movie – la sostanza – la fine dell’ambizione moderna di fare la storia) contro la furberia intellettuale di Sorrentino (che si propone come l ‘autore’ serio e profondo che vuole rappresentare – come ne La grande bellezza - le contraddizioni morali della ipermodernità).

Il film è in effetti una sorta di collage di eventi ripresi dalla cronaca recente, che si propone come una asfittica sequenza di situazioni ed eventi che per uno spettatore dotato di un minimo di memoria episodica scorrono come precisi richiami all’attualità: le escort, i festini, il travestimento da odalisca, le canzoni sentimentali, il finto vulcano, l’elencazione dei nomi dei fiori … In definitiva un serto di citazioni che vorrebbero dirci che stiamo davvero davanti a dei ‘fatti’ e non davanti a ‘invenzioni’. Ma proprio questa ricerca di eco dell’attuale se aiuta lo spettatore medio a riconoscere con piacere qualcosa che apprtiene alla sua esperienza del mondo, rischia di generare – se lo spettatore è un poco avvertito – un senso di dejà vu che infine approda alla noia quando, scoperto il meccanismo, riesce facilmente a prevedere quali saranno le prossime scene.

Certo il film ha anche elementi creativi: scene appunto non tratte dalla cronaca (ad esempio la pecora che muore, il nipotino che fa domande, il topo che fa andare fuori strada il camion della nettezza urbana) e che vogliono sicuramente proporsi come chiavi per entrare nell’allegoria che, reggendo la trama, dovrebbe guidare lo spettatore all’intuizione dell’idea profonda che tiene insieme i fili di superficie. In effetti riescono davvero a turbare lo spettatore creando un certo sconcerto. Ma rimangono così scoperti ed ovvi nella loro performatività che vengono percepiti infine come delle perle isolate, come perle irrelate rispetto al restante caos, incapaci di dare quindi uno sfondo unitario alla molteplicità delle altre scene.
La pecora che muore di freddo per il cattivo funzionamento dell’impianto di raffreddamento è sicuramente figlia del topos postmoderno della opposizione tra Natura Prima (la pecora appunto) e la Natura Seconda (la macchina) e vuole certamente suggerire allo spettatore che l’uomo dell’ipermodernità (i Loro) è capace di uccidere la (presunta) ‘autenticità’ dei tempi andati. Il fatto è che questa metafora si regge sul conflitto tra due mondi ( due modi di vivere) : ma nel resto del film emergono solo figure della Natura Seconda (ossia la frenesia efficientistica del successo senza labor della prima parte; e la gelida quiete del successo senza passioni della seconda parte) mentre la Natura Prima è richiamata solo nella (presunta) malinconia di Lui (le sue parole suonano per lo più come esempio di kitsch allo stato puro e la presenza della moglie, parte constitutiva della quiete, è essa stessa esempio della finzione del Sè, presa com’è dal fitness e dalla lettura di romanzi).
Quel che manca è insomma la Natura Prima reale: manca tutta la cornice antropologica ed economica che darebbe modo alle figure in primo piano di acquisire una dimensione complessa e, verosimilmente, tragica per la descrizione della fine di tutto un Mondo non solo di un ceto privilegiato.

A ben vedere, la struttura del film è costituita davvero dall’opposizione figura-sfondo: c’è una figura in primo piano (Lui) e uno sfondo (Loro), per cui la prima parte della storia si propone davvero come lo sfondo della seconda. Solo che questa relazione semiotica è tutta interna ad un preciso cotè sociale, quello dei pochi ‘sedotti’,molto distaccato dalla dimensione grigia della vita dei molti ‘esclusi’: e così alla fine il ‘messaggio’ del film non si diversifica molto da quelli dei film dei Vanzina. La vita è questa, fatta di imbrogli ed edonismi.
Il mondo di Loro, in definitiva, è un mondo ad una dimensione: fatti di cronaca (sociale o privata poco conta) , senza attenzione alle loro cause e alla loro cornice: perché sono in tanti/e a prostituirsi? com’è che l’uomo che si è fatto da sé si è fatto da sé?

Il topo che provoca la fuoriuscita del camion delle immondizie vuole con evidenza dire qualcosa su questa cornice: c’è entropia nel mondo (corruzione?cattivi maestri?) e chi dovrebbe controllarla (le istituzioni? gli intellettuali? l’uomo comune?l’industria culturale?) si fronte di fronte al disordine naturale (il topo che attraversa la strada) e finisce per fermarsi, inoperoso e autodistruttivo. Una bella clip, non c’è che dire: ma anch’essa , come quella iniziale della pecora, non trova relazioni di rinforzo semiotico nelle altre scene del film.

Riassumendo: una farsa (reale) proposta in forma di tragedia, che alla fine qualcosa riesce davvero ad ottenere: la paradossale riabilitazione dell’uomo che , nella percezione dello spettatore avvertito, ha contribuito a determinare la sciagurata umanità della prima parte del film. Proporlo in solitudine è sicuramente una invenzione fantastica dell’autore che mira a far riflettere, probabilmente, su come il successo alla fine provochi effetti diversi da quelli che ci si attende: ma lo spettatore medio risulta di sicuro affascinato da questo squarcio di umanità decadente e malinconica, al punto da finire per identificarsi con il corruttore e condannare i corrotti.

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