Lunedì, 21 Maggio 2018 18:58

Dogman

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PRODUZIONE ITALIA
REGIA MATTEO GARRONE
ATTORI 
Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Nunzia Schiano, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli
GENERE DRAMMATICO
ANNO 2018

L’uomo che nella sua evoluzione è diventato capace di ‘gentilezza’, coi suoi modi ‘umani’ sa ingentilire anche le bestie feroci; ma se le relazioni sociali tornano ad essere segnate dalla ricerca dell’ affermazione del Sè (cioè dalla conquista del ‘godimento’ lacaniano nella sua totalità abissale), ebbene allora ridiventa capace di violenza e ferocia.

Questo pare essere l’impianto tematico del film di Garrone, in cui il Dogman del titolo è un omino gentile e quieto che viene travolto progressivamente dalla rete di amicizie con cui dà misura al suo mondo desolato di periferia: un ex pugile ormai attento solo alla realizzazione immediata del proprio piacere istantaneo, una serie di bottegai di quartiere legati dalla logica della sopravvivenza di gruppo, secondo cui ognuno si dà da fare per realizzare il suo piccolo affare, e in cui i valori sono quelli di ogni clan, star al proprio posto, portare rispetto, essere omertosi.
La storia del dogman è presto detta: un anno di carcere per non denunciare l’amico; la perdita della solidarietà da parte degli altri; il tentativo inutile di recuperare il senso del sacrificio; la ricerca (violenta) del riconoscimento; l’assassinio non voluto dell’ex amico; il tentativo fallito di far valere davanti agli altri l’omicidio come riscatto, come recupero dell’appartenenza.

Il film è ricco di situazioni e dettagli che insistono a determinare lo sconcerto e l’ansia nello spettatore. Se l’effetto espressionistico a volte può sembrare eccessivo a chi si lasci guidare solo dalle emozioni, in effetti la qualità della sceneggiatura e della regia fa sì che ogni elemento cooperi a rinforzare in chi guarda il film il bisogno di interrogarsi sul senso di quel che sta guardando, accompagnandolo piano piano a scoprire che sbagliamo a interpretare gli uomini con le consuete e pacificanti categorie di ‘buoni’ o ‘cattivi’, e a capire che sono quelli che li porta ad essere la visione del mondo che li abita, ovvero che siamo tutti dipendenti dallo sguardo dell’altro. Se da quello sguardo il riconoscimento che ci viene dato siamo ‘buoni’, se quel riconoscimento ci viene negato siamo ‘cattivi’. Tutti, anche un uomo mite come ‘er canaro’ appunto.

Gli indizi semiotici fondamentali sono, al solito, all’inizio e alla fine dell’opera, a segnare la cornice di senso entro cui l’autore vuole portare lo spettatore.

L’inizio: un cane in primo piano che abbaia furioso dentro un ambiente scuro; quando si passa ad un piano americano, si vede un uomo che sta cercando molto impaurito di rabbonirlo con paroline dolci per poterlo lavare; nella scena successiva, in cui cresce la luminosità dello sfondo, si vede lo stesso cane ormai pulito che se ne sta tranquillo sotto il soffio caldo di un asciugatore manovrato dall’uomo che continua a parlargli in modo gentile.
Una ricca metafora del Mondo, del modo di stare al mondo degli umani: c’è una natura belluina che è aggressivamente feroce nel difendere il suo spazio di sussistenza ma che ha imparato nel tempo a costruire una serie di regole (il linguaggio, le buone maniere) che trasformano la paura in sicurezza, l’aggressività in sottomissione. Insomma l’umano che costruisce pazientemente un Mondo di relazioni cooperative, in cui l’animale che alberga in noi acquista pace e tranquillità.

La fine: un uomo scarnito e sporco che, seduto dentro un cerchio di sterpi sabbiosi tra le quinte di edifici disastrati, guarda fisso davanti a sé nella luce incerta di un’alba slavata.
Nel silenzio della scena lo spettatore è costretto a immaginare che l’uomo stia riflettendo su quello che ha appena commesso: ha ammazzato, apparentemente senza volere, un prepotente del quartiere.. Probabilmente quello a cui sta pensando l’uomo è proprio il motivo per cui ha fatto quello che ha fatto. Ha scoperto infine che tutte le azioni ultime (l’ammaccatura della moto, la trappola della droga, la gabbia, il macchinario della catena) sono solo particolari che hanno in comune un unica fonte, l’abisso oscuro del ‘godimento’ che sta là in fondo al nostro essere-alla- vita. A livello di coscienza voleva solo che l’ucciso gli chiedesse scusa, che cioè riconoscesse il valore del suo sacrificio; ma nel profondo voleva davvero eliminarlo, ‘godere’ della sua distruzione. E’ questo orrore che pietrifica l’uomo: davanti all’accaduto improvvisamente vede con chiarezza di ‘essere stato agito’ da qualcosa che trascende la sua coscienza, da qual cosa che prima non sapeva di avere dentro: il furore perverso, lo stesso che accompagnava ogni gesto non solo dell’amico ucciso, (esageratamente sempre oltre i limiti della norma sociale, costantemente dedito all’affermazione pura e semplice del proprio sé nucleare, per dirla con Damasio) ma anche degli altri del quartiere (cinicamente lucidi nel perseguire unicamente il proprio personale star bene, fino ad immaginare con fredda lucidità la necessità di ammazzare il pugile)


Per collegare icasticamente le due scene di cornice occorre dar peso alle scene dell’immersione sottomarina: in entrambe le situazioni si trova con la figlia, cioè con l’unica persona con cui intrattiene una relazione sociale di puro affetto disinteressato, ed in entrambe le situazioni si trova finalmente in un mondo di sola natura, in cui non esistono uomini a complicare le cose, ma solo acqua e pesci e piante. Il movimento lento nella profondità acquisisce facilmente il significato di un mondo di pace: ma è anche – significativamente- un mondo abissale, un mondo che si conquista andando giù. Il ‘godimento’ lacaniano è davvero in questo disperdersi lontano dal Significante Padrone, dal trauma del reale angosciante della competizione perpetua, e in questo inabissarsi in cupi ideali di relazione a due. L’equivoco corrente è pensare che questo isolamento a due corrisponda ai miti del matrimonio o dell’amore: le immagini di Garrone ci dicono invece che l’unica relazione gratuita e senza conseguenze è quella con i figli: anche se nella seconda scena subacquea ,ad un certo punto si sente costretto a riemergere quasi asfissiato.. Et in Arcadia ego, dicevano gli artisti del mondo barocco, parlando della morte che fa capolino dentro il locus amoenus. Ecco anche in questo schema promettente di nuova Arcadia (la relazione padre / figlia) arriva a creare turbamento la lontana minaccia della perversa situazione sociale reale.

In conclusione una chiara allegoria della antropologia perversa della nostra società contemporanea: in cui anche il presunto buono rischia di fare il cattivo, non perché non sa fare una scelta sul piano morale ma perché si trova avviluppato dalla necessità di condividere i modi di pensare e di agire dell’ambiente (perversamente cinico) in cui si trova. Insomma lo spettatore che pensa normalmente di essere ‘per bene’ deve riconoscere che anche in lui alberga il modo di sopravvivere del ‘canaro’.

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